Un’originale composizione di offerta, non vi pare? Beh, chi volesse approfittarne ha i giorni contati. Sei settimane, per l’esattezza: ogni due mesi, infatti, il temporary store si rinnova, con nuovi allestimenti, nuove esposizioni tematiche, nuova insegna.
Una formula singolare nata dall’esperienza di Rachel Shechtman: possiamo definirla una rivista? Una galleria d’arte? Un negozio? Tutti e tre, in effetti. Come in ogni pubblicazione l’editoriale definisce temi e linee guida, così ad ogni restyling corrisponde un nuovo mood in store. Gli spazi cambiano faccia con la rapidità e flessibilità di una mostra ma permane l’obiettivo commerciale della vendita.
Ciò che rende il concept ancora più innovativo è la commistione con la filosofia della community: ogni prodotto esposto è corredato di cartellini e materiai informativi per raccontare il dietro le quinte di queste nuove aziende, veicolarne la mission e i valori. E l’organizzazione di eventi in negozio – concerti, aperitivi, presentazioni di libri ed incontri culturali – contribuisce ad alimentare una community reale, costruita intorno al prodotto. Il merchandising si spinge oltre i semplici obiettivi di vendita, per farsi strumento di racconto: l’acquisto diventa quasi secondario, è la shopping experience all’interno di un contesto altamente emozionale a decretare il successo di Startup Store.
E la scadenza: non sottovalutiamo il fascino del countdown, della collezione in edizione limitata, dell’offerta a tempo per i più veloci. Si può quasi azzardare il paragone con l’online: pop-up stores come questo potrebbero rappresentare la trasposizione “in calce e mattoni” dei siti di vendite flash, con occasioni a scadenza (per quanto nello shop newyorkese non si pratichino sconti alla Groupon). Il dialogo con i clienti è continuo e anche il gradimento di pubblico, a giudicare dalle e-mail inviate per ricevere anticipazioni sulle future esposizioni.
Il retail sta forse andando verso una formula di store tematici on-demand?





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