lunedì 5 marzo 2012

Per salvarci dalla sfiducia serve un piano. Di comunicazione.

La mia riflessione di oggi prende il via da un articolo pubblicato da Gfk Eurisko sul suo periodico di febbraio, che sposa i temi dell’attualità economica con gli strumenti della comunicazione, a noi affini.


Si parte dalla fotografia di un Paese, il nostro, sfiduciato e apatico nei confronti del mercato e dei messaggi provenienti da banche, aziende, istituzioni. Complice la crisi – ne stiamo parlando spesso – i consumatori sono diventati molto più critici ed esigenti, prendendo le distanze dal mondo dell’advertising, dai toni spesso tanto emozionali quanto inconsistenti (overpromise?). Alle promesse di risparmio, di un consulente dedicato, di una banca su misura e attenta alle esigenze delle famiglie, queste stesse famiglie si attendono un effettivo vantaggio economico, un assistente finanziario personale, condizioni agevolate di credito per i propri progetti. Aspettative spesso disattese, che generano diffidenza e distacco.

Soprattutto nell’ultimo anno, quello della celebrazione dei 150 dell’unità nazionale, abbiamo notato un viraggio nella comunicazione di molti brand, che hanno fatto leva sui valori dell’italianità e del sentimento comune (“Sono i vostri sogni a darci energia”, declamava uno spot Enel un anno fa, percorrendo sulle ali di un aeroplanino di carta la storia dell’azienda attraverso i progressi nel Paese). Un messaggio carico di orgoglio nelle intenzioni, ma forse troppo debole per far breccia in milioni di cittadini: manca un coordinamento, una regìa al di sopra delle singole realtà commerciali in grado di risollevare il morale generale. Quello che l’articolo ha definito un progetto di comunicazione per l’industria-Paese.

Rilancio nazionale, rivalorizzazione dell’Italia, ripresa economica: tutti temi da maneggiare con cautela, pena il rischio di retorica. Occorre predicare bene e razzolare altrettanto bene, insomma, per evitare che una comunicazione discordante alimenti ancor di più la sfiducia.
Intanto perché oggi le aziende non possono non fare i conti con il Web e il riverbero mediatico dei loro comportamenti: la brand reputation sempre più spesso passa attraverso il buzz sui social network e i blog di settore. E si sa, un consumatore deluso e arrabbiato può fare più danni di milioni di euro investiti in advertising

Inoltre, sono convinta che al di là dei player noti dalla grande visibilità, l’economia del Paese sia realmente trainata da piccole e medie imprese, che comunicano più con i fatti che con le parole. In questo disegno di comunicazione integrata, anche una realtà come Sint può offrire un contributo concreto attraverso una condotta etica fatta di fiducia nelle persone e nei rapporti. Una onestà, più che coerenza, che si riflette sulla qualità del lavoro che ogni giorno offriamo ai nostri clienti, fatto proprio degli stessi valori – relazione, trasparenza, qualità – che ci piace perseguire.

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