venerdì 11 maggio 2012

Frigo vuoto? Fai la spesa social: c’è un’app!

Una telefonata e ti ritrovi 6 amici a cena... Niente panico, hai 3 ore per inventarti un menu salva-serata: ti rimbocchi le maniche, inforchi grembiule e mattarello e ti piazzi ai fornelli. E mentre impasti la base per la torta salata... ti accorgi che la farina è finita! Non puoi abbandonare le pentole già sul fuoco e per giunta fuori diluvia. Che fare?
In soccorso a tutte le casalinghe disperate (o studenti svogliati o manager impegnatissimi), quattro supereroi hanno appena realizzato un'app (non vi stupisce vero?) di crowd-shopping, basata naturalmente sulla geolocalizzazione e sulle dinamiche social. Nonchè sulla fiducia verso gli altri membri della community.

Si chiama Milk, Please! ed è accessibile da web, da smartphone e da speciali postazioni negli store. Il servizio consente di comporre una sorta di lista della spesa online per poi vedersela recapitata direttamente a casa da altri utenti che sono in quel momento al supermercato.


Un esempio: ti ritrovi all'improvviso senza latte e invii la richiesta via app. Altri utenti riceveranno la notifica e potranno offrirsi di occuparsi dell'acquisto. Sarà il sistema a gestire il pagamento online, preoccupandosi di compensare anche chi effettua la consegna.

Chi ci guadagna? Si tratta di un circuito win-win in cui tutti gli attori in gioco traggono qualche vantaggio: tutti i fruitori, che possono decidere di impegnare diversamente il proprio tempo senza l'assillo delle piccole incombenze; il “corriere” volontario, che riceve una percentuale per la commissione; il supermercato, che fornisce un servizio tecnologico e incrementa le vendite. Inoltre, ne beneficia l’ambiente, grazie ad acquisti collettivi che ottimizzano gli spostamenti e riducono l’uso dei messi a motore.

Non scordiamoci infine della valenza sociale (e non solo social) di una simile applicazione: utile ad esempio per disabili o anziani impossibilitati a fare la spesa in autonomia (è in crescita la quota di over 50 ormai avvezzi alla tecnologia, che in un prossimo futuro potrebbero beneficiare di servizi via internet e mobile).

Ma sociale significa anche fiducia: è questo il motivo per cui gli sviluppatori sono voluti partire dall’Italia per il lancio, “perché in molti non credono nel nostro Paese e nella capacità di darsi reciproco aiuto” – affermano. Chissà che il web 3.0 non riesca a diffondere anche a casa nostra una cultura di condivisione e altruismo.

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