martedì 23 ottobre 2012

Tra sfiducia e ritrovata soft happiness, guidano le donne: gli italiani “Felici malgrado”.


Gli italiani sono in crisi, per colpa della crisi. E il termometro della felicità crolla vertiginosamente: lo dimostrano i dati dei sondaggi condotti da AstraRicerche su un campione di 5.000 cittadini dai 18 ai 74 anni e pubblicati dal sociologo Enrico Finzi nel suo nuovo libro "Felici malgrado".

Se fino al 2010, per decenni, la percentuale dei connazionali che si sono definiti felici è rimasta – ricerca dopo ricerca – pressoché fissa al 39%, insensibile al ciclo economico, dal 2011 si è registrato il tracollo (tramonto?) dell'Italian way to happyness: oggi solo 1 italiano su 4 si sente pienamente appagato, il 70% degli intervistati dichiara "che le cose vanno male o malissimo", per il 61% il nostro è un Paese in default (cioè in declino): “l'Italia è già la Grecia, è già la Spagna”.
Più che di una condizione oggettiva si tratta di un vissuto drammatico della propria situazione economica e delle prospettive future, ma fa poca differenza: a pesare non è solo l'"effetto portafoglio" – la crescente disoccupazione e l'inoccupazione dei giovani, l'aumento della pressione fiscale e l'erosione di redditi e risparmi – ma anche e soprattutto il "furto di futuro", il pessimismo dilagante che paralizza speranze, progettualità e voglia di investire.
Gli italiani se la prendono in primis con il governo tecnico di Monti, accusandolo di scelte poco democratiche e a volte controproducenti: come dire a un lavoratore alla soglia della pensione che dovrà attendere ancora parecchi anni (o magari non andarci proprio)? Il rapporto di chi lo considera artefice della sua infelicità tocca quota 15 a uno, il peggiore dal dopoguerra.

Ma se siamo universalmente conosciuti per la nostra proverbiale "arte dell'arrangiarsi", ecco che proprio in questa fase critica stiamo dando prova di "resilienza", la capacità di recupero e di reazione che ci rende in grado di essere "felici malgrado". E di impegnarci sul fronte sia politico sia sociale per migliorare la nostra condizione: a fronte di una perdita di controllo nella nostra vita su questioni materiali (finanziarie, contrattuali), sentiamo l'esigenza di concentrarci su ciò che è permanente e su rapporti addizionati con un "di più di generosità" afferma Finzi in una delle pillole video raccolte sul suo blog.
Emblema della resilienza (americana, in questo caso) è un'altra recente pubblicazione, "La fortuna non esiste" di Mario Calabresi: una raccolta di tante storie vere negli anni della recessione americana, anni di crisi, di fabbriche che chiudono, di gente in mezzo a una strada che ha saputo rialzarsi, tornare a studiare a 50 anni per reinventarsi un lavoro, imparare a fare surf nonostante le gambe perse in guerra in Iraq. Continuando, insomma, a credere nell'American Dream e a lottare per i propri obiettivi: perché la fortuna non esiste, ce la costruiamo noi.

La felicità italiana cala ma si privatizza - come si diceva a proposito della Golden Hour -  e diventa "soft happiness", fatta di piccoli piaceri quotidiani e intimi (come cantava il tormentone negli anni 80…). Ci sono ambiti che hanno acquisito "potere di felicitazione" come la propria città, gli amici che frequentiamo, l'amore, la famiglia, i valori. Si stanno ritrovando le ragioni della solidarietà, della cooperazione e della responsabilità individuale, attraverso modelli economici più consapevoli per ridurre gli sprechi e condividere le risorse (dal car pooling alla tecnologia opensource, dagli orti urbani al riciclo).

Il traino della nuova felicità? Le donne, sostiene il sociologo: perché sono portatrici di valori, di equità, di care (intesa come cura degli altri), leggono più libri, hanno ormai eguagliato se non superato gli uomini nell’istruzione e nell'uso del web.

Questo secondo libro di Finzi sulla felicità nasce da un triplice intento/messaggio che vuole avere un tono rassicurante e distensivo: aiutare a comprendere il periodo storico e fornire suggerimenti per affrontarlo; invitare la classe dirigente a "smettere di dire bugie", riconoscendo la serietà della crisi senza condirla con un atteggiamento denigratorio di "auto-razzismo"; far leva sulla resilienza degli italiani, invitandoli a lavorare sui virus positivi di una futura felicità. Non siamo forse agli occhi del mondo il popolo della Dolce Vita? Dei sapori sublimi, della bellezza, di chi la vita se la sa godere?

Proprio sulle pagine del suo blog, Finzi ci regala pillole di saggezza e ottimismo. Come "Le esperienze che non fanno la felicità ma la aiutano": i figli, la musica, lo sport, il vino, l'amore. La felicità non è per sempre: non una condizione costante ma piuttosto, un puzzle di momenti di gioia intensa da moltiplicare.
Essere felici resta comunque una possibilità, non un obbligo: faites vos jeux.





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