venerdì 21 giugno 2013

Benefit aziendali nonostante la crisi: per trasformare il welfare in wellness.

Alle h9 sei già alla scrivania a produrre documenti, alle h11 hai riunione col cliente, pranzi al volo alla scrivania mentre chiami a casa per monitorare il ciclo pappa-cacca-nanna del pupo... ma alle h15 - cascasse il mondo - lezione di pilates! Tanto ti basta scendere di un piano e in un'ora sarai già di ritorno. Riposato e operativo.

Non è fantascienza, né una scena di Ally Mc Beal: in Francia - come in molte aziende di Top Employers in Italia - il corporate fitness è già una realtà. I dati raccolti nella ricerca CRF Institute ci dicono che il 53% di queste imprese (su 45) ha palestre interne e un budget dedicato per convenzioni esterne. Il 38% invece offre ai propri dipendenti strutture sportive quale elemento per favorire aggregazione e networking aziendale.
All'ombra della Tour Eiffel sono stati avviati piani affinché ogni impiegato possa praticare almeno mezz'ora al giorno di sport: mens sana in corpore sano, che si traduce anche in salute professionale (si è più produttivi) e in un allungamento della carriera (considerato anche l'allontanarsi della pensione...).


Insomma, la palestra in ufficio aiuta a fare gruppo fra colleghi con interessi in comune, aumenta la competitività, ma soprattutto abbatte il tasso di assenteismo. Ecco come una politica di welfare - spesso percepita come costo accessorio (tagliabile) - può al contrario rivelarsi strumento strategico per mettere a frutto le risorse in modo efficace: i benefit erogati sono un atto di fiducia, un trattamento di favore per il quale l'azienda si attende in cambio un "extra-mile", quel qualcosa in più in termini di maggiore motivazione e risultato. I lavoratori sono disposti a dare quel qualcosa in più se anche le aziende sono disposte a farlo.

In un'Italia in difficoltà, i piani di caring nascono anche come compensazione ad una lacuna pubblica: dove non riesce lo stato, interviene Mamma Azienda, che in molti casi fa anche da banca. Con "carrelli della spesa" (sostegni all'acquisto dei beni primari), polizze sanitarie e azioni di microcredito di solidarietà, per aiutare le famiglie a far fronte a rette scolastiche dei figli, spese mediche e assistenza agli anziani.

Le politiche di work-life balance, la conciliazione dei tempi di lavori e di vita, oramai vanno ben al di là del part-time per le madri lavoratrici, il telelavoro o i buoni pasto. La sede italiana della National Instruments (produttrice di software e hardware di automazione industriale) organizza aperitivi di benvenuto per i nuovi dipendenti, picnic aziendali aperti alle famiglie, regala buoni acquisto in libreria per il compleanno o bonus di 100 euro per promuovere uno stile di vita sano (utilizzabili, ad esempio, per fare sport).

I pionieri di casa nostra (Ferrero, Intesa San Paolo, ENI, Campari) sono anche i più premiati come Great Place to Work: la politica Ferrero Care, già in corso da anni, prevede facilitazioni per i dipendenti per semplificare loro la vita di tutti i giorni. Per l'azienda piemontese, Sint ha integrato il programma con soluzioni rivolte al trade: la tessera Ferrero Pass offre alla forza vendita, spesso fuori sede e in viaggio, agevolazioni su servizi e acquisti per il business e il tempo libero presso i partner Selecard, presenti su tutto il territorio nazionale.

A dimostrazione di un aumento della sensibilità ai temi del benessere aziendale, a Varese è nato GIUNCA (Gruppo imprese unite nel collaborare attivamente), la prima rete di aziende che dallo scorso autunno cooperano per offrire ai dipendenti servizi di cura agli anziani a prezzi agevolati, progetti di car-pooling e car-sharing per raggiungere il posto di lavoro, convenzioni su pacchetti assicurativi, progetti di conciliazione dei tempi del lavoro con quelli di vita privata, con un occhio di riguardo all'educazione dei figli.

Miglior clima interno e maggiore valorizzazione del lavoro: la cura alla crisi riparte dalle relazioni.



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