lunedì 7 aprile 2014

Dal possesso all’accesso: l’avvento della sharing economy

Come cambiano i tempi.
Una volta, per alcuni, era addirittura un furto; per altri, una certezza irrinunciabile. Oggi, per molti, semplicemente non è più un valore. Stiamo parlando della proprietà, del possesso, dell’avere. Quello che veramente conta, e conterà sempre di più, è l’accesso, l’utilizzo, l’esperienza di un bene: non possedere nulla, ma usare tutto.
Va da sé che un simile modello di economia è fondato sulla condivisione tra pari. È la ormai sempre più presente sharing economy,che sta cambiando priorità e desideri dei più giovani, ma non solo. Un esempio per tutti? La musica: si ascolta in streaming e si condivide con Grooveshark e Spotify – senza scaricare nulla, sul filo del copyright, si esplorano le discoteche di milioni di utenti in tutto il mondo.  

Ma come siamo arrivati a questo cambio di prospettiva, epocale sotto molti punti di vista? In primo luogo, consideriamo il contesto in cui si è sviluppato: internet, cioè il luogo per eccellenza dove tutto è noleggiabile e la proprietà non esiste (o, quantomeno, è in via di estinzione).

La sharing economy è poi una conseguenza del downshifting, quello “scalare la marcia” metaforico e culturale che invita a vivere con più semplicità: togliere a lavoro-carriera-guadagni il ruolo principale e riassegnarlo alla famiglia, agli amici, al tempo per sé. Il downshifter sceglie la condivisione e il consumo collaborativo per continuare a godere di molti beni che magari non si può più permettere, o che non gli interessa più possedere.

Tutto bene, quindi? Ni, perché la diffusione della sharing economy ha anche ragioni meno, per così dire, idilliache. Che la proprietà sia d’impaccio alla mobilità, è cosa nota. E che la mobilità sia figlia della precarietà, purtroppo, lo è altrettanto. Insomma, è il lavoro (o meglio, la sua scarsità) che ci sta insegnando a non zavorrarci di beni materiali, perché da noi vuole agilità e flessibilità. E più cose abbiamo, più difficile e costoso e stressante diventa spostarci per seguire opportunità professionali sempre più capricciose. 

Il segnale che questo nuovo modello economico non è una mania temporanea, ma una tendenza piuttosto inarrestabile, è la sua migrazione dal virtuale al reale.

È ormai possibile condividere e utilizzare-senza-possedere anche beni materiali non digitabilizzabili. Come per esempio un’automobile con il car-pooling,  o il ride-sharing, una bicicletta con il bike-sharing, un posto letto con il couchsurfing o via AirBnB; o ancora, una pensione per il cane, un parcheggio o vari tipi di utensili eattrezzi per specifiche attività. In tutti questi casi, la rete, gli smartphone, i social media e i sistemi di geolocalizzazione favoriscono significativamente l’incontro tra domanda e offerta, riducendo costi e distanze.
E se la domanda è in crescita – per ragioni di economia, opportunità e/o (come nel caso del downshifting) scelte di vita – anche l’offerta è sempre più ampia: monetizzando beni generalmente non redditizi (come un posto libero in auto o una stanza in più in casa), la sharing economy apre fonti di reddito supplementare di estrema importanza, quando il lavoro “vero” diventa un’incertezza. 

La sharing economy è spesso chiamata anche peer economy perché il suo cuore è naturalmente la condivisione tra pari (peer-to-peer). Uno studio olandese ha dimostrato il forte potenziale di questo modello economico tra i consumatori, e non soltanto tra i giovani o chi è abituato all’utilizzo della rete. La domanda, quindi, sorge spontanea: in tutto questo, le aziende che fanno?

In Italia, poco o niente. All’estero, qualcosina in più: alcuni comprano o imitano le realtà di sharing da cui si sentono più minacciati (come Avis con Zipcar, Mercedes con car2go o General Motors con RelayRides). Evidentemente il modello per cui sono le aziende a produrre e la gente a consumare è duro a morire - solo per le aziende, però.

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